La “raffigurabilità” del mondo, la freudiana Darllbarkeit che Giuseppe Spagnulo rappresenta nelle sue opere, è una perenne metamorfosi e reincarnazione della materia: dell’acciaio forgiato, della sabbia vulcanica, della terracotta, del carbone, della ghisa e del piombo. In essa il tempo è simile a un fiume obiquo, dove tutte le apparenze cambiano e si dissolvono, tutti i volti del dio Pen si trasformano l’uno nell’altro, tutte le immagini muoiono per rinascere, identiche, in un’inedita immagine, che oscura il mundus imaginalis da cui prende le mosse un “pensiero visivo” che non è astrazione o metafisica presenza, ma aggregazione di diverse immagini in una costellazione significativa.

ruota
Per Spagnulo procedere in questo fiume è immensamente faticoso. In ogni giorno terreno, chiuso tra il doppio confine dell’alba e della notte, è compresa la storia universale, dalla creazione alla fine dei tempi: dal dramma di Antigone alla distruzione di Cartagine, dall’intelligibilità della soglia nel Timeo di Platone all’Infinito leopardiano, sublimazione dell’indeterminato, che riabilita il mondo delle apparenze come orizzonte della finitudine umana. In ogni istante che l’artista – ad esempio, in Sepolcro del 1995 e in Altare del 2002, due sculture ambientali che non esistono finchè non oltrepassano la soglia della coscienza del fruitore – vive e crede solo suo, si nascondono magicamente innumerevoli altri istanti, passati e futuri, suoi e di altri, reali e sognati.

libro
Come fa Spagnulo a passare da un istante a quello successivo? A ogni passo che muoviamo verso l’air ambiant delle sue installazioni si apre uno spaventoso labirinto: probabilità, possibilità, ramificazioni ci invitano e ci tormentano. Sono strade complicate e tortuose, stanze circolari su nuove porte, corridoi che si biforcano, meandri, muri imprevisti, crocicchi dalle molte vie sconosciute ci fanno errare sempre più lontano dal centro del dedalo – quel immobile pelago che forse non esiste – e ci lasciano senza difesa sulle rive vuote dell’infinito. Da quando sappiamo di essere soltanto frammenti, l’arte contemporanea si è messa alla ricerca del frammento; e questo, dice Heidegger ne L’ arte e lo spazio, non è la parte di un tutto, se pure si possa credere all’esistenza di un tutto.
Nelle recenti sculture Ruota, Turris e Libro, esposte nell’attuale mostra, Spagnulo ha trovato questo stilema espressivo rarissimo che è il frammento allo stato puro, e non lo porta in palmo di mano come una pepita d’oro, lo butta come un ciottolo, l’affida a quello che è il suo destino. Sbaglia chi crede il frammento serbi la memoria del tutto da cui si è staccato, e cerchi di reintegrarsi; o navighi sperduto nell’horror vacui, che sarebbe poi un fatto negativo. Il frammento spagnuloiesco cerca altri frammenti, come l’uomo altri uomini, e non il tutto astratto della società e dell’umanità.

turris
L’allegoria fa emergere – annota Benjamin in Zentralpark – “il frammentario che è proprio dell’opera”; l’epoca dell’allegoria moderna è l’epoca in cui nasce il racconto di una faticosa ricomposizione di indizi per scoprire il senso di un evento creativo.
Nelle tecniche miste su carta di Spagnulo, invece, l’indagine della qualità del frammento, come realtà pura, trova un limite nella quantità dimensionale del quadro, perché la superficie è pur sempre unità, dimensione a priori dove ogni gesto finisce necessariamente per legarsi in un ritmo e ogni frammento per riassorbirsi in un tutto illusorio. E il ritmo è sempre coerenza a qualcosa di precedente, mentre l’atto di prendere coscienza parte da zero; né vale spezzare l’unità dello spazio per in ultimo recuperarla nella continuità ritmica del tempo: le carte sono aritmiche e aspaziali. Se il tempo va in frantumi come lo spazio, non ha continuità, vuol dire che il totem del totum non esiste più. Per questo i frammenti spaziali e temporali dell’ esistenza prendono un’evidenza, un risalto quasi allucinante e ci danno la qualità come assenza totale di quantità, nel senso benjaminiano che non tenta ricomposizioni, ma un salto al di là del frammento, nel tempo messianico, nel tempo di una salvezza possibile, anche se soltanto possibile.
di Floriano De Santi
La presenza delle figure archetipiche e delle fonti primarie dell’arte, fra fisico e metafisico, visibile e invisibile, sembra caratterizzare la Stimmung creativa di Antonella Zazzera. I suoi lavori “ambientali” sono spartiti scenici su cifre iconiche tridimensionali, esercizi inconsci ed intuitivi di calcolo empirico, in cui l’esecuzione non è che la traduzione tattile di processi concettuali, che confermano la continua rigenerazione nel tempo e nello spazio di eventi che ricercano – senza ridursi a uno stilema minimale – un novum organum poetico.
E’ l’idea che informa e dà significato ai suoi fili di rame, ed è sul pensiero o concetto che la giovane artista umbra progetta opere come Armonico I del 2004 e come Armonico V dell’anno seguente, tendendo a svuotare il più possibile i mezzi espressivi della loro materialità
Una simile concezione dell’intangibilità del fenomeno volumetrico conduce la Zazzera a considerare l’opera plastica come un insieme costituente unità autonome, che manifestano una solidarietà interna e che possiedono leggi proprie. In tal senso le sue tessiture di metallo si pongono come entità autodeterminantesi, condizionale solo dai rapporti interni e dagli elementi che le regolano. Al pari della musica dodecafonica di Schonberg, la più slegata da una relazione diretta con il “rappresentato armonico” del linguaggio, questo suo “fare scultura” offre sempre insiemi di entità separate, ma non separabili che si differenziano e si delimitano reciprocamente a costituire un tutto indivisibile. Essendo le entità interagenti, i rapporti sono multipli e dinamici ed ogni work in progress non è mai chiuso, perché mette continuamente in dialogo il vuoto e il pieno, l’io e l’altro, il soggettivo e l’oggettivo, come impalpabile leggerezza dell’essere.
La Galleria d’arte G+G, con il patrocinio dell’Assessorato della cultura della provincia di Pesaro e Urbino e dell’Assessorato alla cultura del Comune di Pesaro, prosegue la sua attività espositiva con una mostra che vede la presenza di uno dei maggiori scultori italiani a livello internazionale: Giuseppe Spagnulo, affiancato dalla giovane artista Antonella Zazzera, vincitrice dell’ultima edizione del prestigioso “Premio Giovani – Scultura” dell’Accademia Nazionale di San Luca, a Roma.

Il lavoro di Spagnulo, che in mostra presenta alcune sculture di piccole dimensioni e carte, è caratterizzato dall’azione diretta sulla materia primaria, che egli affronta costringendola al suo volere; le lastre di ferro si piegano al suo volere sotto la fiamma ossidrica o sotto i colpi del maglio, assumendo così la forma che egli impone, come un dominatore. Più delicato è l’intervento sulla terracotta, che egli plasma come un antico vasaio, riuscendo ad ottenere effetti di grande potenza e vitalità.
Le carte diventano supporto per progetti di scultura, ma si appropriano della pittura attraverso il colore e la sensualità del segno, conquistando un propria orgogliosa indipendenza. “Fuoco e Materia, quindi, solidità della terra ed imprevedibilità della fiamma che domina e plasma la terra. Sabbia vulcanica con cui Giuseppe Spagnulo segna e scrive le sue carte, o il ferro fuso e solidificato… Materiali investiti dalla passione e dalla violenza creatrice”.
Opere che contengono l’energia e il calore della materia pura, la stessa energia propria dei lavori di Antonella Zazzera, le cui sculture in filo di rame trovano la loro identità profonda nelle intense vibrazioni luminose che variano al variare dell’approccio dell’osservatore.

Antonella Zazzera, che presenta in mostra sculture e opere fotografiche, nell’opera plastica riesce a dare sostanza corporea alla luce, quella luce che nei lavori fotografici genera cromatismi e forme non percepibili ad occhio nudo… L’impalpabile diviene materia concreta e queste forme luminose “germinano da pareti e crescono dagli angoli, si appoggiano su pavimenti e assecondano gli spigoli, ogni suo elemento riesce mirabilmente ad abitare “il vuoto dello spazio”.