Galleria G+G alla “loggia di Nani”
Orario:
“HO SCELTO LA MATERIA”
Sculture di Nanni Valentini
Sono i suoi segni che fermano la mia attenzione.
Mi piace considerare la materia solo come luogo di poesia, un luogo vuoto e perciò aperto al possibile, dove l’unico rischio è quello dell’impronta.
Una cosa credo di sentire con certezza. Che soggettivamente concepisco la materia come luogo di tutte le trasformazioni, di tutte le similitudini.
Le forme sono le tracce, i segni tangibili di queste trasformazioni, e anche il luogo dove l’insonnia fa si che non creino simulacri e le impronte sono sicuramente delle necessità.
Nanni Valentini
Recensione della mostra su Exhibart.com
Una recensione de “Il Nuovo Amico” (26 luglio 2009):
Francesco Messina è conosciuto nell’immaginario collettivo per la importante scultura bronzea intitolata “il cavallo morente” m.4,60 di altezza per m.5,50 di lunghezza, attualmente esposto all’ingresso della sede principale della Rai di via Mazzini. Questa monumentale opera sprigiona bellezza, una arcaica e mitologica forza. Essa è veicolo delle emozioni e dell’amore della scultura che si esprime superbamente con il bronzo. Quindi arte e dinamismo colpiscono senza ombra di dubbio il lato emozionale.
Messina, fu coevo di Giacomo Manzù, Arturo Martini, Marino Marini, fu molto apprezzato nel suo ambiente, tanto è vero che Carlo Carrà con onesta intellettuale affermò: “ la scultura di Messina si caratterizza con un fare semplice e grandioso e per un procedimento idealistico e classico, in grado di dar vita a formiche restano come immagini ideali”. Soggetti preferiti cavalli e ballerine; nei primi la forza primigenia e sovrastante, nelle danzatrici il dinamismo e l’elevazione tipica e delicata quanto sensuale.
Alcune opere grafiche e scultoree a tema di Francesco Messina sono state al centro dell’attenzione – sabato 18 luglio alle 18,30 quando è stata inaugurata in via Barignani, 58 (angolo via Zongo) la galleria G+G presso la “loggia di Nani.”
Nella sala emergono le danzatrici armoniose, corpose in un delicato e perfetto equilibrio, esse sono state oggetto di una sincera emozione.
La galleria vanta una tradizione di pregio nel 2004 con la mostra “Nanni Valentini e i suoi compagni di viaggio” è stata testimone (tramite l’esposizione) del talento di grandi pittori e scultori menzionati dallo stesso Nanni su un libro. Ma l’attenzione della gallerista, non chiusa in una torre d’avorio, quindi con un taglio aperto si è spostata anche verso i giovani emergenti.
Perche proprio 2004?
E’ il ventennale della morte di Nanni Valentini, una figura di rilievo sia nel panorama culturale europeo, ma anche vanto per la città di Pesaro. Egli era nato a Snt’Angelo in Vado è giovanissimo collabora Baratti. Dietro Nanni ci si può perdere, a lui è stata complice la materia che ha obbedito alla sua genialità. In seguito divenire a pieno titolo collega dei fratelli Pomodoro, di Vangi, di Oscar Piattella e tanti altri.
Paola Olivieri
La mostra “Danzatrici” sculture e grafiche rimarrà aperta fino al’8 agosto dal lunedì al sabato dalla 16,30 alle 20,00
Riportiamo integralmente l’articolo pubblicato sabato 18 luglio 2009 su “Il Resto del Carlino” edizione Pesaro , di Ivana Baldassarri che ringraziamo:
La Galleria G+G da via Vanzolini si è trasferita nella nuova sede, alla “Loggia di Nani” in via Barignani e oggi alle 18,30 è prevista l’apertura.
Giovanna Gasperini, la sorridente e appassionata titolare della galleria, è emozionatissima, darà ai suoi “compagni di viaggio”, come lei chiama tutti gli altri artisti che figurano nei suoi ambiziosi progetti passati e futuri (Nanni Valentini, Baratti, Bestini, Vangi, Piattella, Pomodoro, Sguanci, Spagulo, Valentini, Bruni, Olivieri, Ferreri, Adelio Maronati), una splendida sede nel cuore della città antica, un luogo che, pur ricostruito, mantiene importanti memorie se non altro nei toponimi che aleggiano nei vecchi mattoni rimasti, i Giordani, i Barignani, i Cecchi-Sperna, nel ricordo di quel prestigioso “Idolino” ritrovato proprio lì, quando nel 500 i Della Rovere abbatterono le mura romane, per non parlare del Cinema Teatro Nuovo Fiore, luogo di mille e mille sogni popolari pre e post bellici.
Per dar lustro all’inaugurazione Giovanna ha pensato ad un grande artista del 900, lo scultore Francesco Messina, – “ il grande maestro dei piaceri”- che ha segnato, con estrema purezza della forma, un sorprendente virtuosismo tecnico e un suadente realismo. Soprattutto con la figura femminile Messina ha attraversato, con limpido canto, tutto il ricchissimo immaginario figurativo della sua opera e della sua avventura artistica.
L’emozione della forma in chiave vitalistica, la raffinata e sorvegliata verosimiglianza forza dell’individualizzazione: ogni sua immagine invera un soggetto inconfondibile che sembra recuperare, anche nei disegni, un po’ di quella spavalderia esecutiva istintiva, compiaciuta e carnale che ha sempre caratterizzato gioiosamente le sue figure. Da oggi alla Galleria G+G via Barignani, n.58
Ivana Baldassarri
Oggi su “Il Resto del Carlino” Ed. Pesaro:
La natura amata da Castellani in oli e calcografie
L’APPUNTAMENTO che Giovanna Gasperini ha organizzato con Leonardo Castellani alla “Galleria d’Arte G+G” di via Vanzolini è stato come l’inatteso incontro con un amico dell’anima: non si può pensare alla Scuola del Libro di Urbino, alla calcografia, all’acquaforte, alla grafica d’arte senza pensare al magistero di Leonardo Castellani, «inventore» di un paesaggismo lirico che «una particolare luce di cicala nel silenzio dell’estate esalta e perseguita» come disse Neri Pozza.
I paesaggi di Castellani non rappresentano solo l’amore per la natura, per Urbino, per la valle del Foglia e del Metauro e per i dirupi del Montefeltro, ma diventano la trasfigurazione della grazia, del valore, del senso religioso e del mistero della Natura, benedetti da quella sua «luce» che si diffonde, si spande e dilaga in ogni angolo, in ogni cespuglio, in ogni piega del terreno come voce che canta. Le opere esposte alla “G+G” sono grafiche, olii e poesie che testimoniano quanto la ricchezza e l’interdisciplinarità della sua cultura, aggiunta alla sua eccezionale capacità tecnica e disegnativa, siano state complici nel configurare quell’immagine plastica del suo universo silenzioso e luminoso, metafora «della verde bellezza della nostra terra marchigiana» come scrisse Bartolini.
CASTELLANI era nato nel 1896 a Faenza, ma nella sua biografia il luogo di nascita svapora nell’insistente e ribadita marchigianità di tutta la sua opera: Urbino è stata per la sua ispirazione la grazia della poesia, la passione e la vocazione d’artista, la bellezza esibita del paesaggio, che sono gli elementi costitutivi di tutto il suo lungo operare, dominato sempre dall’altissimo, pieno e raro magistero dell’arte incisoria. Paesaggi, ritratti, fiori e scene di arguta teatralità compongono, con un disegno di assoluta eccellenza, la solida consistenza del mondo reale e immaginario: Castellani ha sempre lavorato e prodotto in una felice tensione creativa, rispettando il gioco della fantasia poetica, l’intensità emotiva e la purezza del linguaggio, sempre vigile nel controllare «l’aggancio fra occhio e mano, fra attenzione e restituzione» come osservava Carlo Bo. Leonardo Castellani, che con un graffio nero fermava la sostanza figurata del mondo, merita uno sguardo particolare, ammirato e riverente, quello che si riserva solo ai “grandi” che sfidano tempi e mode.
Ivana Baldassarri

La Galleria «G+G» di Giovanna Gasperini ospita una mostra dedicata a pitture e incisioni di Leonardo Castellani, presentata dal Prof. Roberto Budassi.
Incisore di grande maestria, ceramista e scrittore, pittore e scultore, Castellani si cimenta in molteplici iniziative, e nel terreno fecondo dell’Europa del Novecento, la sua arte ne è tanto informata quanto ricercatrice indipendente. Da questa matrice comune e contaminata, Castellani non solo riassume lo spirito della contemporaneità nelle sue opere, ma lo rinnova e alimenta.
Nelle parole dello storico dell’arte Floriano De Santi nel catalogo della mostra: Leonardo Castellani “o la Poesia dell’Infinito” Museo – Fondazione Luciana Matalon -Milano, 5-28 febbraio 2009:
«Se nella ricerca di Castellani ha grande importanza il tempo, è perché ogni verità è verità nel tempo. Ma per lui la ricerca, in primis quella incisoria, è anzitutto ricerca della verità che si concede, si tradisce; non si comunica, s’interpreta; non è voluta, ma involontaria». Nel concorso con il segno in verticale e in orizzontale che solo impiegavano nelle prime prove Luigi Bartolini e Giorgio Morandi, il segno spiovente che il Maestro urbinate colse nel Canaletto e in Marco Ricci rappresenta un oggettivo arricchimento della lignée incisoria, tanto che un Valsecchi poté non senza motivi parlare di una grafica settecentesca trasferita nelle pieghe del linguaggio moderno e novecentesco. In oltre settant’anni di attività artistica, Castellani ha dato vita e respiro a un mondo di immagini, frammenti sublimi di una realtà sentimentale ed estetica di grandissima varietà e fecondità lirica.
Opere a volte isolate, autonome, folgoranti; a volte sequenze di variazioni; altre ancora sono veli sommessi, movimenti appena percettibili di uno spirito intenso, sprofondato, malinconico. Questo universo – ricorda De Santi – e la maniera con cui la visione viene catturata, invischiata nel lampo oscuro della conoscenza, resta testimone e partecipe di una rêverie cosmica nella quale ragione e sentimento non potrebbero ormai più differenziarsi: si regge su un’invenzione di linguaggio che, facendo retrocedere quasi in una sorta di preistoria gli inizi cézanniani, futuristi e neoquattrocenteschi, esplode improvvisa e splendente, a determinare l’azzurrina levità dei luoghi dell’anima e la trama sottile dei suoi rapporti all’interno della pittura».
Leonardo Castellani, morto a Urbino nel 1984, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze, nella sezione di scultura, negli anni ’20, a Roma, condivide esperienze del gruppo futurista stringendo amicizia soprattutto con Giacomo Balla. Nel 1930 inizia il suo rappporto con la nostra terra: è infatti chiamato ad Urbino a ricoprire la cattedra di calcografia presso la Scuola del Libro, in cui sotto la sua guida si sono diplomati – tra l’altro – incisori del calibro di Salvatore Fiume, Nunzio Gulino, Giorgio Bompadre, Walter Piacesi e Arnoldo Ciarrocchi. Castellani terrà quella cattedra per trentotto anni, producendo la quasi totalità della sua opera incisa (oltre 1500 lastre).
Da segnalare l’amicizia profonda con Leonardo Sciascia nata attraverso le colonne del ‘Il Mondo’ di Pannunzio. Le nove Biennali di Venezia a cui Castellani partecipa, compresa quella del 1956 con una sala personale.
Sabato 4 ottobre, durante la “Giornata del Contemporaneo” organizzata da AMACI, la galleria G+G presenta l’artista pesarese Giorgio Matteini .
In galleria verrà distribuito un catalogo nella cui prefazione, Simonetta Romagna (Assessore alla Cultura della Provincia di Pesaro Urbino), scrive:
Le opere di Giorgio Matteini sono un’alta rappresentazione dell’arte dell’incisione in cui egli è maestro. L’artista pesarese, nato e formatosi ad Urbino, trasforma gli oggetti corrosi dal tempo, frammentati, consumati ,in composizioni preziose in cui, come dice Silvia Cuppini nella presentazione “la lastra è modellata,quasi si trattasse di una scultura,per assumere forme diverse da quelle tradizionali. La matrice diventa frammento essa stessa di un mondo alla deriva”.

Giorgio Matteini
Nato a Urbino il 14 luglio 1940, vive e lavora a Pesaro. Si diploma all’Istituto Statale di Belle Arti della sua città natale, in un ambiente fervido e particolarmente creativo.Arricchisce le sue conoscenze nel biennio di Magistero specializzandosi nelle tecniche calcografiche. Suoi maestri Francesco Carnevali e Leonardo Castellani.
Nell’anno 1964 viene chiamato a ricoprire l’incarico di insegnante di incisione calcografica (di nuova istituzione) presso l’Istituto Statale d’Arte Osvaldo Licini di Ascoli Piceno. Dal 1973 al 1997 ha insegnato Educazione Artistica nelle Scuole Medie di S. Sofia (FO) e di Riccione.
La sua partecipazione a mostre risale al 1956 cui fanno seguito collettive e personali in Italia e all’estero. Sue opere figurano in collezione pubbliche e private.

Nel ricordo di Lucio Battisti
Tra i giardini di marzo è forse nato Lucio Battisti, il musicista, cantante, interprete romano che ha cambiato e rinnovato la musica italiana.
Giovani emozioni è il titolo della mostra di Mauro Andrea che dal 12 al 31 luglio sarà ospitata presso la Gallaria G+G Associazione Culturale, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Pesaro e Urbino e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Pesaro.
Sulla scia di giovani emozioni, saranno esposti “vecchi” disegni a china, quadri con evocative immagini, sculture in marmo e bronzo, legate ai “sogni del cuore” trasmessi da un personaggio – icona di fine Millennio.
Mauro Andrea, fondatore dell’ARTE IMPURA, per l’occasione ha coinvolto quattro amici artisti, esponenti dell’ Arte Contemporanea: Mario Fallini, Franco Summa, Stefano Tedioli, Nello Teodori.
Mauro Andrea ha inteso onorare il ricordo di un personaggio – mito della sua giovinezza racchiudendo la mostra in un catalogo curato dal critico d’arte Enzo Dall’Ara. Una piccola poesia di Mogol, scritti di Rossella Martina e Alessandro Nannini ci fanno così scoprire che il culto di Lucio Battisti è ancora vivo e la sua influenza molto forte.
Con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Pesaro e Urbino e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Pesaro

Foto di Paolo Mazzanti
Accoppiata nuova e insolita: Sguanci celebre scultore fiorentino di nascita e pesarese d’adozione, che ha fatto della materia “legno” la matrice prediletta che lo collega a memorie figurative, a movenze volumetriche, e raffinate allusioni al gioco evocativo della memoria e Martha Belbusti urbinate, pittrice di frammenti cosmici immensi in luci,cromatismi e spazi di sogno sognato nella costruzione di universi visionari, riferendosi ai quali è possibile confondere passato e futuro.
Trame reali e trame create sui legni di Sguanci, che, come simboli sacrali di un astrattismo geometrico di estrema purezza, realizzano altissimi equilibri plastici fra forma e colore; instabili campi fluttuanti che trovano segno e senso nel comporsi e scomporsi glorioso di colori, nei dinamismi cosmici su tavola e a tecnica mista di Martha Belbusti.
Trame reali e trame create sui legni di Sguanci, che, come simboli sacrali di un astrattismo geometrico di estrema purezza, realizzano altissimi equilibri plastici fra forma e colore; instabili campi fluttuanti che trovano segno e senso nel comporsi e scomporsi glorioso di colori, nei dinamismi cosmici su tavola e a tecnica mista di Martha Belbusti.
Il catalogo è di Floriano De Santi.
La “raffigurabilità” del mondo, la freudiana Darllbarkeit che Giuseppe Spagnulo rappresenta nelle sue opere, è una perenne metamorfosi e reincarnazione della materia: dell’acciaio forgiato, della sabbia vulcanica, della terracotta, del carbone, della ghisa e del piombo. In essa il tempo è simile a un fiume obiquo, dove tutte le apparenze cambiano e si dissolvono, tutti i volti del dio Pen si trasformano l’uno nell’altro, tutte le immagini muoiono per rinascere, identiche, in un’inedita immagine, che oscura il mundus imaginalis da cui prende le mosse un “pensiero visivo” che non è astrazione o metafisica presenza, ma aggregazione di diverse immagini in una costellazione significativa.

ruota
Per Spagnulo procedere in questo fiume è immensamente faticoso. In ogni giorno terreno, chiuso tra il doppio confine dell’alba e della notte, è compresa la storia universale, dalla creazione alla fine dei tempi: dal dramma di Antigone alla distruzione di Cartagine, dall’intelligibilità della soglia nel Timeo di Platone all’Infinito leopardiano, sublimazione dell’indeterminato, che riabilita il mondo delle apparenze come orizzonte della finitudine umana. In ogni istante che l’artista – ad esempio, in Sepolcro del 1995 e in Altare del 2002, due sculture ambientali che non esistono finchè non oltrepassano la soglia della coscienza del fruitore – vive e crede solo suo, si nascondono magicamente innumerevoli altri istanti, passati e futuri, suoi e di altri, reali e sognati.

libro
Come fa Spagnulo a passare da un istante a quello successivo? A ogni passo che muoviamo verso l’air ambiant delle sue installazioni si apre uno spaventoso labirinto: probabilità, possibilità, ramificazioni ci invitano e ci tormentano. Sono strade complicate e tortuose, stanze circolari su nuove porte, corridoi che si biforcano, meandri, muri imprevisti, crocicchi dalle molte vie sconosciute ci fanno errare sempre più lontano dal centro del dedalo – quel immobile pelago che forse non esiste – e ci lasciano senza difesa sulle rive vuote dell’infinito. Da quando sappiamo di essere soltanto frammenti, l’arte contemporanea si è messa alla ricerca del frammento; e questo, dice Heidegger ne L’ arte e lo spazio, non è la parte di un tutto, se pure si possa credere all’esistenza di un tutto.
Nelle recenti sculture Ruota, Turris e Libro, esposte nell’attuale mostra, Spagnulo ha trovato questo stilema espressivo rarissimo che è il frammento allo stato puro, e non lo porta in palmo di mano come una pepita d’oro, lo butta come un ciottolo, l’affida a quello che è il suo destino. Sbaglia chi crede il frammento serbi la memoria del tutto da cui si è staccato, e cerchi di reintegrarsi; o navighi sperduto nell’horror vacui, che sarebbe poi un fatto negativo. Il frammento spagnuloiesco cerca altri frammenti, come l’uomo altri uomini, e non il tutto astratto della società e dell’umanità.

turris
L’allegoria fa emergere – annota Benjamin in Zentralpark – “il frammentario che è proprio dell’opera”; l’epoca dell’allegoria moderna è l’epoca in cui nasce il racconto di una faticosa ricomposizione di indizi per scoprire il senso di un evento creativo.
Nelle tecniche miste su carta di Spagnulo, invece, l’indagine della qualità del frammento, come realtà pura, trova un limite nella quantità dimensionale del quadro, perché la superficie è pur sempre unità, dimensione a priori dove ogni gesto finisce necessariamente per legarsi in un ritmo e ogni frammento per riassorbirsi in un tutto illusorio. E il ritmo è sempre coerenza a qualcosa di precedente, mentre l’atto di prendere coscienza parte da zero; né vale spezzare l’unità dello spazio per in ultimo recuperarla nella continuità ritmica del tempo: le carte sono aritmiche e aspaziali. Se il tempo va in frantumi come lo spazio, non ha continuità, vuol dire che il totem del totum non esiste più. Per questo i frammenti spaziali e temporali dell’ esistenza prendono un’evidenza, un risalto quasi allucinante e ci danno la qualità come assenza totale di quantità, nel senso benjaminiano che non tenta ricomposizioni, ma un salto al di là del frammento, nel tempo messianico, nel tempo di una salvezza possibile, anche se soltanto possibile.
La Galleria d’arte G+G, con il patrocinio dell’Assessorato della cultura della provincia di Pesaro e Urbino e dell’Assessorato alla cultura del Comune di Pesaro, prosegue la sua attività espositiva con una mostra che vede la presenza di uno dei maggiori scultori italiani a livello internazionale: Giuseppe Spagnulo, affiancato dalla giovane artista Antonella Zazzera, vincitrice dell’ultima edizione del prestigioso “Premio Giovani – Scultura” dell’Accademia Nazionale di San Luca, a Roma.

Il lavoro di Spagnulo, che in mostra presenta alcune sculture di piccole dimensioni e carte, è caratterizzato dall’azione diretta sulla materia primaria, che egli affronta costringendola al suo volere; le lastre di ferro si piegano al suo volere sotto la fiamma ossidrica o sotto i colpi del maglio, assumendo così la forma che egli impone, come un dominatore. Più delicato è l’intervento sulla terracotta, che egli plasma come un antico vasaio, riuscendo ad ottenere effetti di grande potenza e vitalità.
Le carte diventano supporto per progetti di scultura, ma si appropriano della pittura attraverso il colore e la sensualità del segno, conquistando un propria orgogliosa indipendenza. “Fuoco e Materia, quindi, solidità della terra ed imprevedibilità della fiamma che domina e plasma la terra. Sabbia vulcanica con cui Giuseppe Spagnulo segna e scrive le sue carte, o il ferro fuso e solidificato… Materiali investiti dalla passione e dalla violenza creatrice”.
Opere che contengono l’energia e il calore della materia pura, la stessa energia propria dei lavori di Antonella Zazzera, le cui sculture in filo di rame trovano la loro identità profonda nelle intense vibrazioni luminose che variano al variare dell’approccio dell’osservatore.

Antonella Zazzera, che presenta in mostra sculture e opere fotografiche, nell’opera plastica riesce a dare sostanza corporea alla luce, quella luce che nei lavori fotografici genera cromatismi e forme non percepibili ad occhio nudo… L’impalpabile diviene materia concreta e queste forme luminose “germinano da pareti e crescono dagli angoli, si appoggiano su pavimenti e assecondano gli spigoli, ogni suo elemento riesce mirabilmente ad abitare “il vuoto dello spazio”.